Le prove delle tangenti versate dagli imprenditori alla ’ndrangheta. Le regole della spartizione dettate da Umberto Bellocco dopo un accordo con i clan all’interno del carcere

I magistrati della Dda di Reggio Calabria sostengono che Bellocco, non solo guidava saldamente la propria famiglia, ma «manteneva rapporti con i rappresentanti delle altre consorterie operanti nella fascio Tirrenica della provincia reggina detenuti nelle stesse carceri in cui era ristretto lui». Il boss, tra l’altro «stabiliva a quale consorteria spettasse il diritto di ricevere una parte delle tangenti, prendendo accordi in questo senso con la cosca Bruzzise, e disponendo che le somme fossero consegnate ad un esponente della stessa cosca». I Bruzzise, dal canto loro, rafforzati dalla benedizione di Umberto Bellocco, ricevevano la quota della tangente del quinto macrolotto dell’A3 (per il tratto compreso tra Gioia Tauro e Scilla), che il contraente generale (Consorzio Scilla, formato da Impregilo e Condotte), versava ad un rappresentante della ‘ndrangheta. Questi a suo volta «ripartiva le quote ai vari rappresentanti delle cosche legittimate a incassare l’estorsione».
Minacce alle ditte che "lavorano sulla terra nostra", ma l'inchiesta non è riuscita a quantificare la tangente versata, ma ricostruisce i diversi passaggio che i soldi facevano per arrivare nelle tasche dei boss.
La regola della tangente era praticamente imposta ad ogni livello, valeva per le grandi aziende del nord, ma anche per i piccoli esercizi commerciali.
La consorteria mafiosa non si compone solo di uomini perchè anche le donne sono a parità implicate; 14 risultano nell’avviso conclusioni indagini. Alcune con ruoli di primissimo piano nell’organizzazione.
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